15 marzo 2019

Blogtour: Il Movente della vittima, Giuseppe di Piazza.


Sono lieto di presentarvi la seconda tappa del blogtour organizzato da HarperCollins dedicato al romanzo: Il movente della vittima di Giuseppe di Piazza. Il mio post riguarderà un estratto del romanzo, mentre queste tutte le tappe: 
14 marzo: Intervista all'autore su Contorni di Noir
15 marzo: estratto su 50/50 Thriller
18 marzo: I personaggi su Milanonera
19 marzo: Palermo, suggestioni e leggende su Thrillernord

Palermo, autunno 1984
Minico posò la pistola sul tavolino, scomponendo con il
calcio la primiera di tre sette e asso di denari che pochi
minuti prima gli era valsa la vittoria. Una partita bella,
giocata sul filo dei punti, molto combattuta. Alla fine Minico,
dopo aver incassato i complimenti, aveva sparato al
suo avversario.

Appena libero dal peso dell’arma, sentì la mano
destra tremare, e non riuscì a capire se i fremiti fossero
dovuti all’emozione o al rinculo. Minico non aveva esperienza
con gli omicidi, eppure il suo primo, e forse ultimo,
gli era riuscito perfettamente. Il cadavere dell’avvocato
giaceva abbandonato sulla poltrona di velluto porpora,
la fronte sfigurata da un unico colpo sparato con precisione.
Gli occhi, solitamente percorsi da una luce saettante,
intelligente, erano spalancati nell’ottusità della morte. La
palpebra sinistra provava a fare da modesto argine ai rivoli
che colavano.

Minico capì che la nostra testa è piena di sangue, più
di quel che avrebbe mai detto. Lento, denso, inesorabile,
come se dentro quel corpo ci fosse ancora una pompa che
lavorava, il sangue aveva travalicato i confini del viso e
ora stava inzuppando la vestaglia dell’avvocato. Forzandosi,
riuscì a staccare gli occhi da quello spettacolo privo
di possibili colpi di scena e girò lentamente la testa
alla sua destra, finendo per guardare un giovane uomo
in pantaloni neri, camicia bianca, cravatta e gilet, che gli
apparve nell’enorme specchio che sormontava la cassapanca.
Si ammirò.

Sono elegante come un ballerino, disse tra sé, concedendosi
il lusso della divagazione. Invece Domenico Cascino
detto Minico, ventiquattro anni appena compiuti, era
elegante come tutti gli altri camerieri del Grand Hotel
Aziz. Né più né meno. Indossava la divisa prevista dal
contratto di lavoro, e quegli abiti, diventati ora abiti di un
assassino, non erano neanche suoi.
D’improvviso sentì battere dei pugni sulla porta.
Una, due voci che insieme urlavano: «Aprite!» per poi domandare
con un grido: «Avvocato! Sta bene?».
Minico udì quegli strepiti e sorrise. Era successo quel
che doveva succedere. Tornò a guardarsi nello specchio,
giusto il tempo di aggiustare il nodo della cravatta sottile
e nera, mentre una voce maschile all’esterno sovrastava
le altre: «Avvocato! Che cosa è stato? Fu un colpo di rivoltella?».

Ma chi la usa più la rivoltella?, rise tra sé e sé Minico,
tornando a posare lo sguardo sull’automatica sul tavolino.
Poi fece tre passi, senza più voltarsi indietro, e andò
ad aprire la porta con grazia, come per far entrare il carrello
del servizio in camera.
«Prego» disse a quella piccola folla, composta dal
direttore, dalla governante, e da un paio di cameriere
del piano, che si precipitarono nella suite 224, quasi travolgendolo.
Nessuno di loro lo degnò di uno sguardo,
tutti gli occhi si fissarono con buona sincronia sul corpo
dell’anziano signore, la cui faccia sembrava ora dipinta
da Francis Bacon. Il piccolo gruppo si ammutolì. Nessuno
di loro capì all’istante che cosa fosse accaduto. Tutti
compresero però che, di qualunque cosa si trattasse, sarebbe
stato meglio non fosse accaduta. Per il buon nome
del Grand Hotel Aziz e per l’esistenza, ora terminata, di
quell’affezionato cliente.
Minico li osservò e con il mento indicò loro la pistola.
La governante fece d’istinto un salto indietro. Le cameriere
si allargarono come per non impallare la ripresa
della scena. Minico indicò daccapo la pistola e sussurrò
con tono assente: «Sono stato io». Poi si sedette sulla dormeuse
ai piedi del letto.
La suite 224 era nota per la ricchezza dei suoi arredi.
TRAMA: Autunno 1984. È appena scesa la sera nella suite 224 del Grand Hotel Aziz di Palermo. Come ogni giorno l’avvocato Prestia, che lì risiede da oltre vent’anni senza mai uscire, dopo la cena si è regalato la consueta partita a carte con Minico, il suo cameriere personale. Una bella partita, combattuta fino all’ultimo. Improvvisamente risuona uno sparo. Tutti accorrono nella camera d’albergo. Le carte sparpagliate ovunque, l’avvocato riverso sulla sua poltrona di velluto, morto. A ucciderlo è stato proprio Minico, che ancora stringe in mano la pistola. Eppure, incredibilmente, il cameriere non fugge. Si fa arrestare e rimane in silenzio. E in silenzio rimane anche di fronte alla polizia, ripetendo senza sosta solo le sue generalità. La notizia arriva presto alla redazione del giornale dove lavora Leo Salinas, detto Occhi di sonno. Leo salta in sella alla sua Vespa e accorre subito, ma le informazioni sono poche. Ma il giovane giornalista non si arrende, gli occhi del killer sono quelli di un giovane ragazzo come lui. Un ragazzo che ama la vita, l’amore, le donne (forse troppo), il mare e la libertà, non la morte e il sangue. C’è qualcosa sotto e solo Leo è in grado di capire cosa.
Dopo il grande successo di Malanottata, vincitore del prestigioso Premio Cortina D’Ampezzo, Giuseppe Di Piazza ci regala una nuova avventura di Leo Salinas, cronista di nera. Un delitto inspiegabile, un hotel in cui si nascondono torbidi segreti, un’ambientazione unica, disperata, violenta.

GIUSEPPE DI PIAZZA
Responsabile dell’edizione romana del Corriere della Sera, è stato a capo di SetteCorriere della Sera Magazine e Max. Comincia la carriera giornalistica nel 1979 a L’Ora di Palermo. Dal 1986 al 2000 è alMessaggero. Qui è capocronista, editorialista, caporedattore centrale. Dalla fine del 2000 approda a Milano, in Rcs. Ha pubblicato quattro romanzi e fatto diverse mostre fotografiche. Malanottata ha vinto il Premio Cortina d’Ampezzo 2018

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